IL CAVALLO NEI MANIFESTI

Nessun animale è stato legato all’uomo come il cavallo. Esso gli ha dato prestigio, utilità, divertimento. Presso tutte le civiltà, sin dalla preistoria, se ne è avuta tale e speciale considerazione da essere ovunque ‘gloriosamente’ ritratto e rappresentato in bassorilievi, codici, sculture, dipinti, monumenti equestri, opere poetiche.
Ma a significare e testimoniare l’esistenza di un ulteriore e meno usuale rapporto del cavallo con l’arte – per così dire – ‘minore’, stanno i manifesti, espressione grafica di grande interesse e, di certo, non meno coinvolgente e accattivante.

Il manifesto vero e proprio si è andato diffondendo dopo che Senefelder scoperse, nel 1793, la possibilità di riprodurre un disegno in più esemplari, utilizzando la pietra litografica. Possibilità ampliata, nel 1833, con l’invenzione del torchio tipografico da parte di Brisset e, nel 1836, con la messa a punto della cromolitografia da parte di Goffredo Engelmann.
Le prime litografie di natura pubblicitaria apparse sono francesi e Jules Chéret, con il suo laboratorio, fu il grande maestro nella stampa dei manifesti.
Anche in Italia comparvero presto laboratori litografici di alto livello: Ricordi a Milano, Modiano a Trieste, Doyen a Torino, Chapuis a Bologna, ed altri minori. ‘Cartellonisti’, così si chiamavano i disegnatori di manifesti; e cartellonisti italiani di fama, legati ai migliori stabilimenti tipografici, furono Cappiello, Mataloni, Metlicovitz, Dudovich, Terzi, Villa, Malerba, Sacchetti, Bonzagni, Mazza, Ghione, Chini, Boccasile ed altri ancora. Si trattava di artigianato di alto livello ed era indispensabile un lavoro di équipe. La qualità del manifesto andava valutata, oltre che dalla bravura del pittore, dalla ‘pulizia’ della stampa. C’era l’intrigante necessità di accordare il disegno ed il colore con i caratteri tipografici delle concise comunicazioni da collocare nel suadente discorso pubblicitario.

Le ‘comunicazioni tabellari’ più antiche che ci sono pervenute riguardano le ‘fiere’ e ogni fiera di bestiame includeva i cavalli. È del 1898 la prima fiera di Verona riservata solo agli equini. E proprio a Verona, patria del celebre cartellonista Codognato, ideatore ufficiale delle prime affiches pubblicitarie della Fiat, sono comparsi i più interessanti esemplari.
Ma in tutta la penisola ed all’estero ogni anno si effettuavano fiere nelle quali circolavano mercanzie e animali di ogni genere. Le fiere venivano organizzate quasi sempre in occasione della festa del santo patrono e costituivano per molti paesi l’unico straordinario avvenimento dell’annata ed è chiaro che tali fiere dovevano essere ben reclamizzate. Dai primi dell’ottocento sortirono avvisi di fiere su carta sottile, di color pastello, nella reminescenza di disposizioni della prima Repubblica Francese. Essi contenevano, oltre al luogo e alla data dell’avvenimento, succinte regole tipograficamente collocate con gusto e sapienza. Venivano affissi direttamente sui muri e nei luoghi più frequentati. Di solito le serate si chiudevano con fuochi d’artificio, palloni aerostatici, concerti di fanfare e più tardi, dopo Verdi, con l’opera nel teatro comunale o in piazza.
Proprio in occasione di queste feste/fiere popolari si svolsero le prime amatoriali corse al trotto.

I manifesti delle fiere, delle corse, dei concorsi ippici spesso impegnavano lo spazio visivo con molte indicazioni tipografiche relative ad orari, date, luoghi, regole e le ‘figure’, a volte, andavano compresse ai lati come una cornice. Del resto, la diffusa necessità di fare economie ed il basso numero di esemplari da affiggere (non più di una cinquantina nei primi tempi), dispensava dalla ricerca di cartellonisti celebri e di stabilimenti tipografici prestigiosi. Prevale dunque in queste opere una certa naiveté, peraltro assai gustosa.
Differenze evidenti però, in questo campo, vanno rilevate tra trotto e galoppo. Al trotto, specie agli albori, si correva in centri minori, attorno alle mura o nella piazza principale se abbastanza ampia o nei giardini pubblici o lungo lo stradone fuori porta. E occorrevano i soldi ricavati dal prezzo dell’ingresso per pagare i premi ai vincitori. Vi era bisogno, allora, di avvertire più gente possibile per una partecipazione numerosa: l’uso dei manifesti per pubblicizzare l’evento risultava perciò fondamentale. Gli ‘aristocratici’ del galoppo, invece, avevano fondi abbondanti e spesso interveniva in aiuto anche il Re il quale, tanto per citare un episodio, per il primo Derby del 1881 tirò fuori di tasca propria la cospicua cifra di 24 mila lire. I pochi manifesti di galoppo che si conoscono sono spesso firmati dai grandi cartellonisti Mazza, Codognato e Petiti. Quelli di trotto, invece, quasi sempre da autori ignoti e da tipografi più modesti. Fa eccezione la piazza di Trieste per la quale i bozzetti per i manifesti delle corse furono realizzati da Tominz, buon pittore istriano di fine ottocento, e stampati ad Udine dalla tipografia Passero, ora Chiesa, alla quale si deve anche lo straordinario esemplare, di sapore naif, delle corse di Verona del 1881.
Piace ricordare che, negli anni ’30 e ‘40, nella produzione di manifesti di corse al trotto si distinse la tipografia Minarelli di Bologna che spesso si avvalse dell’ottimo cartellonista Nadalini.

Ma al di là del tema rappresentato, il manifesto iniziò ad assumere valore artistico sin dal suo sorgere. Già dalla fine dell’800 il cartellonista Kalas reclamizzava, con uno splendido esemplare, l’Exposition d’Affiches Artistiques; mostre di manifesti furono realizzate anche in Italia a partire dagli anni ’20 e tra di esse, molto importante fu quella per il Centenario del Manifesto Litografico, tenutasi nelle sale milanesi della Permanente.

II manifesto ha il fascino dell’effimero. Dura l’espace di un matin. Una nuova pubblicità lo ricopre, gli da sepoltura. Neve, pioggia e vento lo frantumano e lo disperdono.
Oggi, tante nuove forme pubblicitarie, legate all’uso dei computer, lo stanno facendo scomparire dopo averlo involgarito. Se non ci fossero stati appassionati collezionisti come il trevigiano Nando Salce ed alcuni scovatori di fondi nelle vecchie litotipografie, del manifesto d’arte non ne avremmo neppure il ricordo.

(estratto da: Il cavallo nei manifesti di Ermanno Mori, 1999)

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